Un ritratto può mostrare un volto oppure raccontare una persona attraverso lo spazio in cui vive, lavora e si muove. È questa la differenza che rende così attuale il lavoro di Gianni Berengo Gardin, autore capace di trasformare incontri, gesti e ambienti in documenti della storia italiana. Osserverò il suo metodo, le scelte tecniche e alcuni esempi utili anche per chi fotografa oggi in digitale.
Uno sguardo umano che trasforma il ritratto in documento
- Ritratto ambientato: la persona viene mostrata insieme al mondo che la circonda.
- Bianco e nero: luce, contrasto e composizione concentrano l’attenzione sul gesto.
- Obiettivi 28 e 35 mm: prospettive vicine, naturali e ricche di contesto.
- Attesa e relazione: il momento giusto nasce dall’osservazione, non dalla fretta.
- Valore storico: i volti diventano testimonianze dell’Italia del dopoguerra.

Gianni Berengo Gardin e l’idea di ritratto
Quando guardo un ritratto di Berengo Gardin, raramente mi fermo soltanto agli occhi del soggetto. Mi interessa ciò che accade intorno: una stanza, una strada, un oggetto di lavoro, una postura. Il volto acquista significato perché appartiene a una situazione concreta.
Il fotografo preferiva parlare di figure ambientate più che di ritratti tradizionali. Non cercava necessariamente l’espressione perfetta o la posa elegante, ma una relazione credibile tra individuo e ambiente. Un medico, un artista, un operaio o un intellettuale sono riconoscibili anche dal luogo che li definisce.
Questa scelta cambia completamente il modo di fotografare. Invece di isolare la persona con uno sfondo neutro, Berengo Gardin lascia entrare nella scena gli elementi capaci di raccontarla. Per me è il suo insegnamento più importante: il contesto non è un disturbo, ma una parte del soggetto.
La persona prima della posa
Il suo approccio nasce da una relazione paziente. Prima di scattare, osserva, ascolta e aspetta che il soggetto smetta di recitare per la macchina fotografica. Anche nei ritratti di personaggi conosciuti, come artisti, scrittori e architetti, cerca spesso un momento quotidiano, non l’immagine ufficiale.
Per questo molte fotografie sembrano semplici a un primo sguardo. In realtà richiedono fiducia, tempo e capacità di prevedere il gesto. La naturalezza non è casualità assoluta: è il risultato di una presenza discreta e di una scelta precisa dell’istante.
Il bianco e nero costruisce la memoria
Il bianco e nero di Berengo Gardin non serve a rendere le immagini più solenni. Serve a togliere il superfluo e a mettere in evidenza forme, luce, densità dell’aria e rapporti tra le persone. Il contrasto separa i piani, mentre le ombre conservano una parte di ambiguità.
La sua formazione è legata alla grande tradizione del reportage umanista. L’ICCD descrive il suo lavoro come un racconto della società, del paesaggio e della storia italiana dal dopoguerra in poi. Nei suoi ritratti questa dimensione storica non viene aggiunta con una didascalia: è già contenuta negli abiti, negli spazi e nei comportamenti.
Da fotografo digitale, non penso che la lezione consista nel convertire ogni immagine in monocromatica. Il punto è capire prima di scattare quali informazioni siano davvero importanti. Se il colore racconta il soggetto, lo uso; se invece distrae, il bianco e nero può diventare una scelta narrativa molto più forte di un semplice effetto estetico.
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Obiettivi vicini e composizione larga
In diverse interviste Berengo Gardin ha indicato il 35 mm come focale abituale e il 28 mm come alternativa frequente. Sono obiettivi che obbligano a stare vicino alla persona e mantengono visibile l’ambiente, evitando l’effetto distante del teleobiettivo.
| Scelta | Effetto sul ritratto | Rischio |
|---|---|---|
| 28 mm | Grande quantità di ambiente e forte senso di presenza | Distorsioni se ci si avvicina troppo al volto |
| 35 mm | Equilibrio tra persona, gesto e spazio | Composizione meno efficace se lo sfondo è confuso |
| 85 mm | Volto più isolato e prospettiva compressa | Perdita del rapporto con il contesto |
Il grandangolo richiede attenzione. Se punto la fotocamera troppo vicino al naso o agli occhi, il volto si deforma; se tengo una distanza rispettosa e includo il luogo, la scena acquista energia. È una soluzione meno indulgente del teleobiettivo, ma anche più narrativa.
I ritratti diventano capitoli della storia italiana
Il valore delle sue fotografie emerge quando si osservano intere serie, non soltanto immagini singole. Un ritratto isolato può colpire per la luce, mentre una sequenza mostra come cambiano le persone, gli ambienti e le abitudini nel corso del tempo.
Un esempio significativo è il lavoro nello studio di Giorgio Morandi. La serie, composta da 26 fotografie realizzate nel 1993 prima dello smantellamento dell’atelier bolognese, racconta l’artista anche senza mostrarlo direttamente. Tavoli, bottiglie, finestre e oggetti diventano una forma di ritratto indiretto, quasi una biografia costruita attraverso le tracce lasciate nello spazio.
Un altro versante riguarda gli incontri con figure della cultura. In immagini dedicate a persone come Renzo Piano, Cesare Zavattini, Ugo Mulas o Dario Fo, il fotografo non cerca sempre il volto iconico. Spesso lascia emergere il carattere attraverso una pausa, una postura o un dettaglio dell’ambiente.
La stessa sensibilità appare nei reportage sociali. In Morire di classe, realizzato con Carla Cerati e pubblicato nel 1969, la fotografia diventa strumento di denuncia sulle condizioni degli ospedali psichiatrici italiani. Qui il ritratto non è una celebrazione individuale, ma una responsabilità: mostrare persone e istituzioni senza addolcire la realtà.
Treccani ricorda una produzione che comprende reportage, architettura, paesaggio e indagine ambientale. Questa ampiezza spiega perché i suoi ritratti non siano separabili dal resto del lavoro: la persona è sempre inserita in una geografia sociale.
Come applicare il suo metodo alla fotografia digitale
Non cercherei di imitare meccanicamente la grana della pellicola o il formato delle sue stampe. Preferisco tradurre il metodo in comportamenti concreti, che funzionano anche con una mirrorless o con una reflex digitale.
- Rimani nell’ambiente. Prima di stringere l’inquadratura, chiediti quali elementi raccontano davvero la persona.
- Usa una focale tra 28 e 35 mm per imparare a costruire una relazione fisica con il soggetto.
- Lascia agire la luce disponibile. Una finestra o una lampada spesso restituiscono più carattere di un flash frontale.
- Imposta almeno 1/250 di secondo quando il soggetto si muove, così il gesto rimane leggibile.
- Controlla lo sfondo senza renderlo artificiale. Elimina solo gli elementi che confondono la lettura.
- Scatta in serie brevi, osservando ciò che succede tra una posa e l’altra.
Per una scena interna partirei da f/4 o f/5.6, così il volto resta riconoscibile e l’ambiente non scompare del tutto. Con luce scarsa preferisco aumentare gli ISO piuttosto che usare un flash aggressivo, anche accettando un po’ di rumore digitale.
La parte più difficile non è tecnica. È imparare a non riempire ogni silenzio con istruzioni. Quando dico continuamente “guarda qui” o “sorridi”, ottengo una persona che esegue; quando lascio spazio, posso incontrare davvero il soggetto.
Gli errori che fanno perdere il senso del volto
Il primo errore è confondere il ritratto con una fotografia del volto. Un primo piano nitido può essere formalmente impeccabile e non dire nulla della persona. Se l’immagine potrebbe appartenere a chiunque, manca probabilmente un dettaglio specifico, un gesto o una relazione con lo spazio.
Un altro problema è l’eccesso di attrezzatura. Cambiare obiettivo ogni minuto, usare luci elaborate o cercare sfondi spettacolari può interrompere il rapporto con il soggetto. Nel mio lavoro trovo spesso più efficace scegliere una sola focale e concentrarmi sulla distanza.
Anche il bianco e nero può diventare una scorciatoia. Convertire una fotografia debole non la rende automaticamente storica o intensa. Prima controllo la qualità della luce, il momento e la struttura dell’inquadratura; solo dopo decido se il colore aggiunge qualcosa oppure no.
Infine, bisogna rispettare il confine etico. Nei reportage sociali non basta fotografare una situazione difficile per trasformarla in una buona immagine. Occorre chiedersi se la fotografia restituisce dignità, se chiarisce il contesto e se non riduce la persona alla sua vulnerabilità.
Il criterio che resta quando si guarda un volto
Il ritratto di Gianni Berengo Gardin insegna che la fotografia non deve rendere una persona più importante di quanto sia, né più drammatica. Deve guardarla con attenzione sufficiente per restituirne la complessità, lasciando che volto, ambiente e tempo lavorino insieme.
Per chi fotografa oggi, la lezione è concreta: avvicinarsi, aspettare, usare una composizione leggibile e trattare il contesto come parte della storia. La tecnologia può cambiare, ma il ritratto continua a funzionare quando dietro lo scatto c’è una relazione autentica con ciò che si sta osservando.