Fotografi ritrattisti famosi e le lezioni per scattare meglio

Ritratto in bianco e nero di una donna con le mani appoggiate al viso, un'espressione intensa. Un'opera di un fotografo ritrattista famoso.

Scritto da

Jacopo Monti

Pubblicato il

2 lug 2026

Indice

Quando si guarda un ritratto davvero riuscito, il volto è solo l’inizio: contano lo sguardo, la luce, il contesto e il rapporto tra fotografo e persona ritratta. Un fotografo ritrattista famoso può diventare un riferimento storico, un innovatore tecnico o semplicemente l’autore di immagini entrate nell’immaginario collettivo. Qui raccolgo i nomi più importanti, anche italiani, spiegando cosa li distingue e quali lezioni pratiche si possono applicare oggi alla fotografia digitale.

Dai pionieri della fotografia ai ritratti contemporanei, ecco cosa osservare

  • Yousuf Karsh ha trasformato il ritratto ufficiale in una lettura intensa della personalità.
  • Richard Avedon dimostra quanto uno sfondo semplice possa concentrare l’attenzione sul soggetto.
  • Nadar, Ugo Mulas e Mario Nunes Vais hanno raccontato artisti e personaggi oltre la semplice apparenza.
  • Un ritratto memorabile nasce dall’equilibrio tra relazione, luce, composizione e gesto.
  • Per studiare questi autori servono esercizio, osservazione critica e un’attrezzatura coerente con il proprio stile.

La fama non basta per scegliere un modello

La domanda sembra chiedere un solo nome, ma la storia della ritrattistica non funziona così. Io distinguerei almeno tre forme di notorietà: influenza storica, capacità di creare immagini iconiche e rilevanza culturale nel proprio Paese.

Se interessa il ritratto istituzionale, Yousuf Karsh resta uno dei riferimenti più solidi. Chi ama la moda e la costruzione narrativa troverà molto in Annie Leibovitz, mentre Richard Avedon è fondamentale per capire il rapporto tra sfondo, posa e identità. Per la storia italiana, invece, partirei da Nadar come pioniere europeo e arriverei a Ugo Mulas, Arturo Ghergo, Mario Nunes Vais ed Elisabetta Catalano.
Se cerchi Autori da studiare Cosa osservare
Il ritratto autorevole Yousuf Karsh, Philippe Halsman Posa, luce scolpita, espressione e costruzione del carattere
Il ritratto concettuale Richard Avedon, Diane Arbus Fondo, distanza, vulnerabilità e rapporto con il soggetto
Il ritratto narrativo Annie Leibovitz, Steve McCurry Ambiente, colore, oggetti e storia personale
La tradizione italiana Mario Nunes Vais, Ugo Mulas, Arturo Ghergo Legame tra cultura, spettacolo, società e fotografia

Per me questo è il punto di partenza più utile. Non si tratta di decretare il migliore in assoluto, ma di capire quale idea di ritratto si vuole approfondire. Un’immagine elegante e controllata richiede scelte molto diverse da un ritratto spontaneo realizzato per un reportage.

Ritratto di una giovane donna con capelli mossi e trucco marcato, in un ambiente urbano con graffiti. Un fotografo ritrattista famoso cattura la sua bellezza.

I maestri internazionali che hanno cambiato il ritratto

Nadar ha dato personalità ai primi ritratti fotografici

Gaspard-Félix Tournachon, conosciuto come Nadar, lavorò nella Parigi dell’Ottocento e fotografò scrittori, artisti e intellettuali. In un’epoca in cui i tempi di posa erano lunghi e il soggetto doveva rimanere quasi immobile, riuscì a evitare l’effetto rigido del ritratto da studio.

Le sue immagini non puntavano soltanto a registrare un volto. Nadar curava atteggiamento, abbigliamento e presenza fisica, lasciando spesso che la persona emergesse con maggiore naturalezza. Da lui impariamo che anche una fotografia formalmente semplice può diventare un documento psicologico.

Karsh e Halsman hanno reso il volto un racconto

Yousuf Karsh è celebre soprattutto per i ritratti di statisti, scienziati, artisti e personalità della cultura. Il suo ritratto di Winston Churchill è diventato un’immagine simbolica perché comunica determinazione e severità attraverso pochi elementi: luce direzionale, postura, mani e sguardo.

La lezione di Karsh è ancora concreta. Prima di scattare, bisogna capire quale aspetto della persona si vuole rendere visibile. Una luce drammatica può suggerire autorevolezza, ma rischia di risultare artificiale se non è coerente con il carattere del soggetto.

Philippe Halsman seguiva una strada diversa e spesso chiedeva ai suoi soggetti di saltare, muoversi o reagire a una situazione insolita. Il movimento rompeva la posa convenzionale e mostrava un lato più spontaneo di personaggi famosi come Albert Einstein, Salvador Dalí e Marilyn Monroe.

Io trovo questa impostazione particolarmente utile nei ritratti contemporanei. Una domanda inattesa o una breve azione possono produrre un’espressione più vera di una posa studiata per diversi minuti.

Avedon, Arbus e Leibovitz hanno allargato i confini

Richard Avedon ha usato spesso fondi bianchi e un linguaggio visivo apparentemente essenziale. Nel progetto In the American West ha fotografato persone comuni con una frontalità intensa, dimostrando che il ritratto non ha bisogno di un ambiente spettacolare per avere forza.

Il fondo neutro elimina molte informazioni e costringe a osservare pelle, postura, abiti e microespressioni. È un esercizio eccellente anche per chi lavora in studio con una fotocamera digitale, perché rende evidenti gli errori di posa e di luce.

Diane Arbus ha scelto soggetti e situazioni lontani dall’idea tradizionale di bellezza. I suoi ritratti mettono al centro la distanza tra fotografo e fotografato, ma anche il rischio di trasformare una persona in una curiosità. Questa è una lezione importante: l’intensità non giustifica automaticamente lo sguardo del fotografo.

Annie Leibovitz, invece, costruisce spesso immagini scenografiche, con costumi, ambienti e riferimenti alla vita del soggetto. Il suo lavoro mostra come un ritratto editoriale possa funzionare come una piccola scena cinematografica. La fotografia non descrive soltanto chi è la persona, ma suggerisce come vuole essere ricordata.

Steve McCurry ha portato il ritratto dentro il reportage e il viaggio. Il suo stile punta su colore, sguardo e ambiente, anche se la fama di alcune immagini non deve far dimenticare l’importanza del contesto e del rapporto con le persone fotografate.

I ritrattisti italiani che hanno raccontato un’epoca

Mario Nunes Vais tra cultura e modernità

Mario Nunes Vais è uno dei grandi ritrattisti italiani tra Ottocento e Novecento. Ha fotografato figure come Eleonora Duse e diversi protagonisti della cultura e del Futurismo, lavorando con apparecchiature di grande formato e lastre fotografiche.

I suoi ritratti sono interessanti perché stanno a metà tra documento storico e osservazione personale. Non mostrano soltanto personaggi celebri, ma restituiscono l’atmosfera culturale di un’Italia in trasformazione. Studiarli aiuta a capire quanto un archivio di ritratti possa diventare una fonte per la storia.

Arturo Ghergo ha definito il glamour italiano

Arturo Ghergo è legato soprattutto ai ritratti dell’alta società, del cinema e della moda. La sua estetica valorizzava il volto attraverso pose eleganti, controllo della luce e interventi di ritocco, secondo una concezione della bellezza molto diversa da quella documentaria.

Il suo lavoro insegna che il ritratto commissionato non è necessariamente meno autentico. È un’immagine costruita, ma proprio per questo deve essere coerente con l’identità pubblica che il soggetto vuole comunicare. Oggi la stessa logica si ritrova nei ritratti per aziende, riviste e professionisti.

Ugo Mulas ha fotografato gli artisti nel loro ambiente

Ugo Mulas è conosciuto per i ritratti di artisti come Marcel Duchamp, Lucio Fontana e Alexander Calder. Il suo approccio non si limitava al primo piano: spesso includeva lo studio, gli strumenti di lavoro o un gesto che rivelava il modo di pensare del soggetto.

Questa scelta è preziosa per chi realizza ritratti ambientati. Un oggetto ben scelto può aggiungere significato, ma solo se ha un legame reale con la persona. Riempire l’inquadratura di elementi decorativi produce facilmente confusione e indebolisce il centro narrativo dell’immagine.

Elisabetta Catalano e Pino Settanni hanno raccontato la cultura italiana

Elisabetta Catalano ha costruito un archivio straordinario di scrittori, registi, artisti e intellettuali italiani. Nei suoi ritratti il soggetto conserva una forte presenza personale, spesso senza bisogno di scenografie elaborate.

Pino Settanni ha lavorato molto con attori, musicisti e protagonisti del cinema, unendo posa, atmosfera e riferimenti alla cultura popolare. In entrambi i casi emerge un principio che considero decisivo: la celebrità del soggetto non sostituisce la qualità della fotografia.

Un volto noto può attirare attenzione, ma sono luce, scelta del momento e relazione a determinare il valore dell’immagine. Lo stesso vale per un ritratto di famiglia, per una fotografia professionale o per una campagna commerciale.

Le scelte che trasformano un volto in un’immagine memorabile

La relazione viene prima dell’attrezzatura

Molti principianti cercano subito l’obiettivo più luminoso o la fotocamera con più megapixel. Io partirei da una domanda diversa: che cosa deve sentire la persona davanti all’obiettivo? Se il soggetto è teso, nessun sensore moderno riuscirà a rendere naturale l’espressione.

Prima dello scatto conviene parlare, spiegare cosa si sta cercando e lasciare qualche minuto senza fotografare. Anche un’indicazione semplice, come chiedere di spostare il peso su una gamba o di guardare oltre la fotocamera, può cambiare radicalmente la postura.

La focale modifica la percezione del soggetto

Su una fotocamera full frame, un obiettivo da 85 o 105 mm è spesso un buon punto di partenza per il primo piano e il mezzo busto. Una focale da 50 mm funziona meglio quando si vuole includere l’ambiente, mentre 135 mm permette di lavorare a maggiore distanza e comprimere leggermente lo sfondo.

Non esiste però una focale magica. Un obiettivo troppo corto usato da vicino può enfatizzare naso e fronte, mentre una focale lunga richiede più spazio e rende il dialogo con il soggetto meno immediato. La distanza di lavoro conta almeno quanto il numero scritto sull’obiettivo.

La luce deve sostenere il carattere

Una luce principale posizionata a circa 45 gradi rispetto al volto crea volume e ombre leggibili. Con un pannello riflettente si possono alleggerire le ombre senza cancellarle del tutto. Per un ritratto più morbido, una grande fonte diffusa è spesso più efficace di diversi piccoli flash.

In studio, un’apertura tra f/2.8 e f/4 consente di separare il soggetto dallo sfondo mantenendo generalmente entrambi gli occhi nitidi. Se il volto è ruotato o il soggetto porta occhiali, può essere più prudente chiudere a f/5.6. Il diaframma non serve a creare automaticamente un’immagine professionale: deve aiutare la lettura del volto.

La composizione seleziona ciò che ricordiamo

Un ritratto frontale comunica presenza e confronto. Una composizione decentrata lascia spazio allo sguardo e può suggerire pensiero o attesa. L’inquadratura stretta aumenta l’intimità, mentre includere mani e ambiente aggiunge informazioni sulla persona.

Controllerei sempre sfondo, linee verticali e oggetti che sembrano uscire dalla testa. Sono dettagli banali, ma spesso distinguono un’immagine curata da uno scatto solo tecnicamente corretto.

L’autenticità richiede anche responsabilità

Fotografare una persona significa interpretarla. Prima di pubblicare un ritratto, soprattutto se realizzato in strada o durante un evento, bisogna considerare consenso, contesto e uso dell’immagine. In ambito professionale è buona pratica chiarire per iscritto dove e come le fotografie verranno utilizzate.

Non correggerei automaticamente ogni ruga, cicatrice o caratteristica del volto. Il ritocco può uniformare colore e pelle, ma quando cancella l’identità trasforma il ritratto in un’immagine generica.

Come studiare questi autori senza copiarli

Il modo più utile per studiare un grande ritrattista non è imitare la sua firma visiva, ma scomporre le sue decisioni. Sceglierei una serie di 10-15 immagini dello stesso autore e annoterei luce, distanza, focale probabile, posizione del soggetto, sfondo e rapporto emotivo.

  1. Osserva l’immagine senza leggere il nome dell’autore e descrivi la prima sensazione che produce.
  2. Individua il punto in cui cade lo sguardo e chiediti quale elemento lo guida.
  3. Ricostruisci la luce con una sola fonte, anche una finestra, prima di aggiungere modificatori.
  4. Realizza tre varianti cambiando soltanto distanza, altezza della fotocamera o direzione dello sguardo.
  5. Confronta i risultati dopo qualche ora, non subito, e conserva solo le immagini che comunicano qualcosa.

Per un ritratto individuale, una velocità di sicurezza tra 1/125 e 1/250 di secondo è spesso adeguata, soprattutto se il soggetto si muove. Con il flash bisogna invece verificare il tempo di sincronizzazione della propria fotocamera, che in molti modelli si aggira intorno a 1/160 o 1/200 di secondo.

La post-produzione dovrebbe seguire la stessa idea dello scatto. Regolerei prima esposizione, bilanciamento del bianco e contrasto, poi intervenirei sulla pelle con moderazione. Una buona selezione di 5 immagini coerenti è spesso più efficace di una galleria di 40 fotografie quasi uguali.

Leggi anche: Chi ha fotografato la Ragazza afgana? La storia di Steve McCurry

Dalla ricerca personale al lavoro professionale

Chi vuole trasformare la ritrattistica in un’attività deve costruire un portfolio riconoscibile, non una raccolta casuale di volti. Mostrare 12 immagini con una luce e una sensibilità coerenti aiuta il potenziale cliente a capire cosa riceverà.

Per un servizio professionale chiarirei sempre durata, numero di fotografie consegnate, formato dei file, tempi di lavorazione e diritti d’uso. Sono dettagli meno affascinanti della luce, ma evitano incomprensioni e fanno percepire il fotografo come un professionista affidabile.

L’attrezzatura necessaria può restare essenziale. Una fotocamera con buon autofocus sull’occhio, un obiettivo da 85 mm, un diffusore e un pannello riflettente sono già sufficienti per costruire un set completo. La differenza la fanno preparazione, direzione del soggetto e capacità di leggere la luce, non il prezzo dell’ultimo corpo macchina.

La vera eredità dei grandi ritrattisti

Da Nadar a Leibovitz, passando per Karsh, Avedon e i maestri italiani, il ritratto fotografico è cambiato insieme alla società. Prima documentava soprattutto status e appartenenza, poi ha iniziato a esplorare psicologia, ambiente, identità e percezione pubblica.

La lezione che porterei in ogni sessione è semplice: non fotografare soltanto un volto, ma una relazione. Quando tecnica e ascolto procedono insieme, anche una luce naturale, uno sfondo ordinario e pochi minuti di lavoro possono produrre un’immagine capace di restare nella memoria.

Questo articolo ha carattere esclusivamente informativo ed educativo. Il materiale è stato elaborato con il supporto di moderni strumenti analitici e linguistici (IA). Prima di prendere una decisione, consulta un esperto.

Domande frequenti

Dipende dal risultato che vuoi ottenere. Karsh e Halsman aiutano a studiare autorevolezza e spontaneità, Avedon e Arbus il ritratto concettuale, Leibovitz e McCurry l’uso di ambiente e narrazione. Per la tradizione italiana sono importanti Nadar, Mario Nunes Vais, Ugo Mulas, Arturo Ghergo ed Elisabetta Catalano.

Su una fotocamera full frame, 85 o 105 mm sono un buon punto di partenza per primo piano e mezzo busto. Un 50 mm è più adatto quando vuoi includere l’ambiente, mentre un 135 mm consente maggiore distanza e una leggera compressione dello sfondo. La distanza dal soggetto conta quanto la focale.

Una luce principale a circa 45 gradi dal volto crea volume e ombre leggibili, mentre un pannello riflettente può alleggerirle. Un’apertura tra f/2.8 e f/4 separa spesso il soggetto dallo sfondo mantenendo nitidi entrambi gli occhi; con il volto ruotato o gli occhiali può essere preferibile f/5.6.

Scegli 10-15 immagini dello stesso autore e annota luce, distanza, focale probabile, posa, sfondo e rapporto emotivo. Poi ricrea la luce con una sola fonte e realizza tre varianti cambiando soltanto distanza, altezza della fotocamera o direzione dello sguardo. Confronta i risultati dopo qualche ora e conserva le immagini più comunicative.

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Jacopo Monti

Jacopo Monti

Mi chiamo Jacopo Monti e da 9 anni mi immergo nel mondo della fotografia digitale, esplorandone ogni sfaccettatura. Quello che mi spinge è la voglia di rendere accessibile e comprensibile la complessità tecnica dietro ogni scatto, dall'attrezzatura più sofisticata alle strategie di business che permettono a un fotografo di prosperare. Sul sito alessioroattino.it, mi impegno a condividere la mia esperienza, ricercando e verificando ogni informazione per offrire contenuti chiari, accurati e sempre aggiornati, aiutandovi a padroneggiare la tecnica, scegliere l'equipaggiamento giusto e costruire un percorso professionale solido.

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